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Archivio 2006
Il colloquio con il detenuto: aspetti antropologiciGIANCARLO NIVOLI, LILIANA LORETTU, PAOLO MILIA, ALESSANDRA NIVOLI, L. FABRIZIA NIVOLI All’interno del colloquio clinico - sia di tipo criminologico che psichiatrico - tra il detenuto ed una figura professionale nell’ambito della salute mentale (psichiatra, criminologo, psicologo, ecc.) in un’istituzione penitenziaria, si intrecciano una serie di elementi che concorrono a rendere tale relazione terapeutica assai difficoltosa: in primo luogo la diffidenza ed i pregiudizi presenti sia negli operatori sanitari nei confronti dei detenuti, sia da parte di questi ultimi nei confronti degli operatori. In secondo luogo, al fine di una migliore comprensione, è utile contestualizzare l’individuo, privato della propria libertà e costretto a lunghe detenzioni, all’interno di una costellazione di comportamenti, valori, regole e scelte, strettamente correlate ad una "sottocultura carceraria" e del tutto differenti da quelle che scandiscono la "vita al di fuori delle mura carcerarie". Il colloquio quindi rappresenta il mezzo attraverso cui l’operatore sanitario attua un primo intervento terapeutico ed assume una valenza ricca di aspetti strettamente specifici. Verranno di seguito esaminati alcuni elementi, soprattutto sotto l’aspetto antropologico-culturale (meccanismi psicologici utilizzati, contesto culturale, ecc.) al fine non solo di approfondire la comprensione del colloquio con il detenuto, ma anche di favorire un intervento terapeutico mirato. Parole chiave: colloquio clinico, detenuto, sottocultura carceraria, meccanismi psicologici Testo completo (PDF: 60 Kb) |
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